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Omero

Odissea iNTELLiBOOK
Traduzione di Vincenzo Monti

Libro Ventitreesimo [by reading-path Telemaco]

La buona vecchia gongolando ascese
Nelle stanze superne, alla padrona
Per nunzïar, ch'era il marito in casa.
Non le tremavan più gl'invigoriti
Ginocchi sotto; ed ella a salti giva.
Quindi le stette sovra il capo, e: «Sorgi»,
Disse, «Penelopèa, figlia diletta,
Se il desìo rimirar de' giorni tutti
Vuoi co' propri occhi. Ulisse venne, Ulisse
Nel suo palagio entrò dopo anni tanti,
E i proci temerari, onde turbata
La casa t'era, consumati i beni,
Molestato il figliuol, ruppe e disperse».
E Penelope a lei: «Cara nutrice,
Gl'Iddii, che fanno, come lor talenta,
Del folle un saggio e del più saggio un folle,
La ragion ti travolsero. Guastâro
Cotesta mente, che fu sempre intègra,
Senza dubbio gl'Iddii. Perché ti prendi
Gioco di me, cui sì gran doglia preme,
Favole raccontandomi, e mi scuoti
Da un sonno dolce, che, abbracciate e strette
Le mie tenea care palpebre? Io mai,
Dacché Ulisse levò nel mar le vele
Per la malvagia innominanda Troia,
Così, no, non dormìi. Su via, discendi,
Balia, e ritorna onde movesti, e sappi,
Che se tali novelle altra mi fosse
Delle mie donne ad arrecar venuta,
E me dal sonno scossa, io rimandata
Tostamente l'avrei con modi acerbi:
Ma giovi a te, che quel tuo crin sia bianco».
«Diletta figlia», ripigliò la vecchia,
«Io di te gioco non mi prendo. Ulisse
Capitò veramente, ed il suo tetto
Rivide al fin: quel forestier da tutti
Svillaneggiato nella sala è Ulisse.
Telemaco il sapea: ma scortamente
I paterni consigli in sé celava,
Delle vendette a preparar lo scoppio».
Giubbilò allor Penelope, e, di letto
Sbalzata, al seno s'accostò l...

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